Arriva nelle sale italiane come evento speciale, solo il 16, 17 e 18 marzo 2026, “It’s Never Over: Jeff Buckley”, il documentario che restituisce un ritratto intimo e profondamente umano di Jeff Buckley, uno dei cantautori più influenti e amati della storia recente della musica. Un’uscita che assume un valore ancora più simbolico perché cade a sessant’anni dalla sua nascita, riportando al centro della scena un artista capace di lasciare un segno indelebile con una carriera breve ma intensa.

Diretto dalla regista candidata all’Oscar Amy Berg e co-prodotto da Brad Pitt, il film arriva in Italia dopo il successo riscosso al Sundance Film Festival e alla Festa del Cinema di Roma, confermandosi come uno degli appuntamenti cinematografici musicali più attesi dell’anno.

Il documentario: un racconto intimo e senza filtri

“It’s Never Over: Jeff Buckley” non si limita a ricostruire una carriera, ma entra in profondità nella dimensione più privata dell’artista. Attraverso materiali d’archivio inediti e testimonianze dirette, il film racconta Jeff Buckley nel contesto della New York degli anni Ottanta e Novanta, restituendone fragilità, slanci creativi e inquietudini. A parlare sono la madre Mary Guibert, le ex compagne Rebecca Moore e Joan Wasser, i compagni di band Michael Tighe e Parker Kindred, insieme ad artisti come Ben Harper e Aimee Mann. Un coro di voci che contribuisce a illuminare una figura tanto iconica quanto enigmatica.

Nuove uscite e un’eredità che continua a vivere

Ad accompagnare l’uscita del documentario, dal 13 febbraio sarà disponibile per Sony Music la versione deluxe di “Live at Sin-è” in formato vinile e CD: un cofanetto che amplia l’EP originale con nuove registrazioni live, un libretto ricco di fotografie e versioni di brani simbolo come Grace, “Last Goodbye” e “Hallelujah”.

Jeff Buckley, una voce fuori dal tempo

Nato il 17 novembre 1966 nella contea di Orange, in California, e scomparso tragicamente a Memphis il 29 maggio 1997, Jeff Buckley è stato molto più di una promessa interrotta. Figlio del leggendario Tim Buckley, seppe costruire una propria identità artistica lontana da qualsiasi ombra ingombrante, imponendosi nella scena avant-garde dei club newyorkesi dei primi anni Novanta come una delle voci più straordinarie della sua generazione.

Dotato di un’estensione vocale unica e di una sensibilità musicale fuori dal comune, l’artista riuscì a fondere rock, folk, jazz e canzone d’autore in un linguaggio personalissimo, capace di parlare al cuore e alla mente di pubblico e critica. 

Grace: un solo album per entrare nella leggenda

È bastato un unico album in studio, “Grace”, pubblicato nel 1994, per consacrare Jeff Buckley alla storia della musica. Registrato con Mick Grøndahl, Matt Johnson e il produttore Andy Wallace, “Grace” è diventato negli anni un disco di culto assoluto. Brani come Last Goodbye”, “Lover, You Should’ve Come Over” e la struggente reinterpretazione di Hallelujah di Leonard Cohen continuano a rappresentare un punto di riferimento per intere generazioni di musicisti e ascoltatori, resistendo al tempo e alle mode.

Dal Sin-é ai grandi palchi: l’ascesa e i tour

Prima di “Grace”, il cantautore si era fatto conoscere con l’EP “Live at Sin-è”, registrato nel minuscolo club dell’East Village che era diventato il suo rifugio artistico. Quella dimensione intima, fatta di voce e chitarra, rimarrà una costante della sua poetica anche durante i lunghi tour internazionali che seguirono l’uscita dell’album. Tra il 1994 e il 1996, Jeff Buckley e la sua band portarono “Grace” in giro per il mondo, lasciando tracce preziose in registrazioni live poi confluite in pubblicazioni come “Mystery White Boy” e “Live à L’Olympia”. Nel 1995 arrivò anche il prestigioso Grand Prix International du Disque – Académie Charles Cros, consacrandolo definitivamente a livello internazionale.

 08.02.2026 – Barbara Scardilli