Ho iniziato a fare radio nel 1979. Non era ancora un mestiere, era una febbre. Oggi mi occupo di otto marchi televisivi e gestisco tre emittenti radiofoniche e destinate ad aumentare, ma ogni volta che accendo un microfono sento ancora quella stessa scossa. Ripercorrere quarant’anni di radio significa raccontare come è cambiato il modo in cui gli italiani si informano, si divertono e si fanno compagnia.

Gli anni della libertà: il far west dell’etere

Quando ho cominciato, la radio privata viveva la sua stagione pionieristica. La sentenza della Corte Costituzionale del 1976 aveva aperto la strada alle emittenti locali via etere, e in pochi anni le frequenze si riempirono di voci: studi ricavati in cantine e garage, mixer artigianali, trasmettitori costruiti a mano. Con il mio amico poi socio fondammo la nostra radio “ Radio StandBy” un nome provato da alcuni radioamatori ma fatto nostro e depositato: da li è iniziato tutto. Non c’erano regole certe, ma c’era un’energia irripetibile: la radio era libera, vicina alla gente e profondamente locale.

Gli anni Ottanta: dalla passione alla professione

Nel decennio successivo la radio si professionalizzò. Nacquero reti destinate a diventare protagoniste del panorama nazionale, la musica e l’intrattenimento conquistarono i palinsesti, la pubblicità cominciò a sostenere seriamente le emittenti. Arrivarono i jingle curati, i conduttori-personaggio, i formati musicali ben definiti. Fu in quegli anni che scelsi di farne un lavoro. Ricordo che durante il periodo in cui ero militare di leva conobbi un altro appassionato di Radio , era della provincia di Milano , andai a trovarlo e mi fermai un po girando radio dell’interland notai un organizzazione, un sistema che da li a poco sarebbe diventato di riferimento per tutta la radiofonia  Italiana. Poi la vita mi portò altrove in Inghilterra dove lavorai per la prima televisione musicale  satellitare europea : MUSIC BOX. Tornato in Italia mi fermai per dedicarmi alla creazione della mia società di telecomunicazioni, che nel tempo sarebbe fatta in tre, ogni società con una mission differente ma ognuna nelle TLC.

Gli anni Novanta: le regole e il consolidamento

La legge Mammì del 1990 mise ordine, almeno sulla carta, in un sistema cresciuto in modo spontaneo, introducendo concessioni e il riconoscimento di un sistema misto pubblico-privato. Seguirono la legge Maccanico del 1997 e la nascita dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Molte piccole radio chiusero o furono assorbite, altre si federarono in network. La radio diventò un’industria, con le sue misurazioni d’ascolto, i suoi investitori pubblicitari e le sue strategie di rete. Da imprenditore delle telecomunicazioni vissi quella trasformazione da un punto di osservazione privilegiato. Nacquero così i telefoni cellulari ed il computer con le sue automazioni iniziarono a prendere il sopravvento.

Gli anni Duemila: la rivoluzione digitale

Con l’arrivo di internet la radio smise di essere solo etere. Le web radio, lo streaming, i siti delle emittenti e poi i social network allargarono i confini dell’ascolto. Nel 2004 la legge Gasparri riordinò il sistema radiotelevisivo in vista del digitale, e iniziò la lunga stagione del DAB, la radio digitale terrestre, che prometteva qualità e più canali. Intanto la radio scopriva di poter essere anche immagine: la cosiddetta radiovisione portò le telecamere negli studi. Per chi, come me, lavora ormai su entrambi i fronti, radio e televisione, quella convergenza è diventata la quotidianità.

Oggi: smartphone, assistenti vocali e podcast

Oggi la radio si ascolta in auto, ma anche su smartphone, app, smart speaker e piattaforme di streaming. Il podcast ha creato un pubblico nuovo, abituato a scegliere cosa ascoltare e quando. Eppure la radio tradizionale resiste, e il motivo è semplice: è compagnia, è diretta, è territorio. In un mondo di contenuti on demand, la voce che parla in tempo reale a una comunità conserva un valore che nessun algoritmo sostituisce.

Cosa ci insegnano quarant’anni di microfono

Tre cose, credo. La prima: la tecnologia cambia, ma la relazione tra chi parla e chi ascolta resta il cuore del mezzo. La seconda: chi si adatta ai cambiamenti sopravvive, chi li anticipa guida il mercato. La terza: la radio ha sempre saputo reinventarsi, dalla valvola al transistor allo streaming, e continuerà a farlo.

È da questa convinzione, e da una vita passata tra frequenze, studi e ripetitori, che nasce l’idea di questo nuovo periodico digitale: raccontare il mondo della comunicazione con lo sguardo di chi l’ha vissuta dall’interno: il 7 di novembre all’hotel Ibis di Roma inizieremo questa nuova avventura.

 

Giorgio Di Marco